giovedì 13 maggio 2010

LECTIO DIVINA, ASCENSIONE DEL SIGNORE, ANNO C.


Preghiera iniziale
Vieni, Spirito Santo, a guidare i nostri passi sulla strada tracciata da Gesù. Troppe volte ci sentiamo smarriti e disorientati, sedotti dalle lusinghe di una saggezza che non ha nulla da spartire con il Vangelo. Insegnaci ad essere poveri come è stato Gesù e a riporre la nostra fiducia non nei disegni degli uomini, ma nel progetto di Dio che si rivela nella sua Parola. Vieni, Spirito Santo, a donarci la vera gioia, nutrita ogni giorno di speranza, abbeverata alle sorgenti di acqua viva. Non permettere che ci dissetiamo a pozzi inquinati, che ci lasciamo illudere da percorsi senza via d’uscita. Apri le nostre menti agli orizzonti del Regno, alla sua giustizia e alla sua pace. Amen.
Prima lettura Att.1,1-11
Siamo all’inizio degli Atti degli apostoli e Luca intende ricollegarsi all’opera precedente (il suo vangelo), chiarendo che gli Atti costituiscono una continuazione del vangelo. Infatti, questo brano è come cerniera che unisce le due parti dell’opera lucana e della vita della Chiesa. Quindi, possiamo parlare del tempo prima dell’Ascensione come di quello nel quale Gesù ha posto le basi della Chiesa, e di quello che viene dopo come di uno sviluppo di quanto da lui iniziato. La figura di Gesù sta al centro della scena, ma per lasciare presto il campo ad altri protagonisti. In questo racconto l’autore  presenta i personaggi chiave di tutta la vicenda narrata, anticipa i campi d’azione dove questa si svolgerà e il programma che verrà illustrato nel seguito della narrazione.
L’attenzione del  lettore è attirata sugli apostoli. Gesù sta per lasciarli e lo Spirito Santo è per ora soltanto promesso. Siamo quindi portati a fermarci soprattutto sul presente, secondo l’invito dei “due uomini in bianche vesti” (v.10) che chiedono agli apostoli: “Perché state a guardare il cielo?” (v.11). Il passato, cioè l’esperienza diretta con Gesù, fornisce il contenuto della testimonianza che è loro richiesta. Per il futuro riceveranno la “forza dallo Spirito Santo” (v.8) e dovranno sempre mantenere viva l’attesa del ritorno del Signore (cf. v. 11).
Ma intanto devono lasciare rimpianti e illusioni (“E’ questo il tempo in cui ricostituirai i regno di Israele?” v.6) e disporsi ad andare lontano dalla loro patria “fino agli estremi confini della terra” (v.8). Ormai il regno di Dio predicato è affidato agli apostoli. L’annuncio e la predicazione sono diventati il compito della Chiesa che, se non potrà contare sulla presenza fisica del Maestro, godrà però dell’assistenza del suo Spirito. Ecco il nuovo protagonista che dominerà il racconto degli Atti guidando le scelte e animando la vita delle comunità cristiane.
Il passaggio dalla situazione precedente a quella nuova che li aspetta avverrà grazie ad una trasformazione che sarà operata negli apostoli proprio dallo Spirito. Il testo parla di un “battesimo” che verrà conferito “nello Spirito Santo” (v.5), alludendo alla Pentecoste che segnerà l’inizio ufficiale e solenne della nuova dimensione nella quale si muoveranno gli apostoli e il loro discepoli.
Seconda lettura Ebr 9,24-28; 10,19-23
Il testo riunisce insieme due brani di due diverse sezioni dello scritto. Nel primo brano (9,24-28), appartenente alla sezione centrale della lettera, l’autore insiste sulla comparazione tra l’alleanza antica e quella nuova inaugurata da Cristo, sostenendo la radicale superiorità di quest’ultima. Di fatto, il testo dice: Cristo è entrato in un santuario che è “il cielo stesso” (v.24) per comparire alla “destra di Dio” glorioso e abile mediatore di un’alleanza superiore che possa purificare la persona e renderla perfetta davanti a Dio. La dignità del suo sacrificio è qualificata dall’implicazione della sua stessa esistenza, Egli, a differenza dei sacerdoti del culto levitico, che offrivano “sangue altrui” (v.25), presenta se stesso al cospetto di Dio e con la sua passione ottiene la salvezza per l’umanità. La garanzia, invece, che autentica la sua mediazione sacerdotale, è sottolineata dall’unicità di tale sacrificio. Il suo atto, infatti, è un hapax, l’offerta “una volta per tutte”, superiore ai molteplici tentativi compiuti dai sacerdoti del culto antico (v.26). La sua mediazione è anche fondamento della redenzione. L’opera suprema della nuova alleanza è propriamente il dono della salvezza (v.28), la manifestazione di una salvezza definitiva che non apporta la semplice “remissione” dei peccati (v.22), ma la radicale “abrogazione” (v.26), come messaggio di purificazione globale della persona. Questo sommo sacerdote, accolto degnamente da Dio per il suo “rispetto ossequioso” (5,8), è Cristo, Figlio di Dio glorioso, “causa di salvezza eterna” (5,9) per coloro che docilmente sanno percorrere la via del nuovo santuario celeste.
Nel secondo brano (10,19-23) si tracciano le conseguenze di questa mediazione, i frutti che ne derivano per tutti noi. In realtà, in virtù della mediazione sacerdotale del Figlio, questi “discepoli” di Cristo, santificati dall’irripetibile e definitivo sacrificio del suo corpo, hanno ricevuto finalmente “il diritto” ad accedere nella piena comunione con Dio (v.19). Essi hanno trovato la via d’accesso, quel cammino, “nuovo e vivente” (v.20a), preparato da Cristo. L’unica e assoluta mediazione, gradita a Dio, che ha realmente annullato la distanza che separava la trascendenza divina dall’intensa ricerca umana. Dio si è avvicinato all’uomo e l’uomo l’ha incontrato.
Ma la trasformazione interiore dei credenti prevede il compimento di alcune condizioni, che dischiudono l’accesso verso Dio. La prima condizione riguarda la sincerità della propria scelta di fede (v.22°). La pienezza di fede, infatti, è data dalla rettitudine delle proprie intenzioni e dalla docilità ad accogliere la purificazione della coscienza (v.22b), per mezzo del lavacro rigenerativo del sangue di Cristo. Alla fede l’autore affianca una seconda condizione “la professione della speranza” (v.23). Essa deve rimanere ferma e “incrollabile”, per l’autorevolezza delle promesse messianiche (cfr 6,12; 8,6; 9,15; 10,1), realizzate da colui che “ha attraversato i cieli, Gesù Figlio di Dio” (4,14).
Il Vangelo Lc 24,46-53
Contesto:
Il testo appartiene alla sezione conclusiva del terzo vangelo, che abbraccia l'intero capitolo 24 e lega tra loro strettamente gli avvenimenti che scandirono un'intera giornata, il «primo giorno dopo il sabato» (24,1): le donne scoprirono la tomba vuota e, ricevuto l’annunzio della risurrezione di Gesù, lo comunicarono agli Undici; anche Pietro andò a vedere la tomba vuota e restò «pieno di stupore»; due discepoli che andavano a Emmaus si imbatterono in Gesù, vennero da lui istruiti sul significato delle Scritture e finirono per riconoscerlo nella frazione del pane; finalmente, a tarda sera, Gesù in persona apparve agli apostoli riuniti, diede loro le ultime istruzioni, affidò a loro la missione della testimonianza, li benedisse e si staccò da loro.
Spiegazione del testo
v. 46. «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno. Cosa sta scritto? Dove? L’unica scrittura che noi conosciamo è quella di un incontro. Dio sembra non possa fare a meno dell’uomo, per questo lo va a cercare, ovunque si trova, e non si arrende finché non lo riabbraccia. Questo è ciò che è scritto. Un amore eterno, capace di scendere nel patire, di bere fino in fondo il calice del dolore pur di rivedere il volto del figlio amato. Negli abissi della non vita Cristo scende per prendere la mano dell’uomo e riaccompagnarlo a casa. Tre giorni. Tre momenti. Passione, morte, risurrezione. Questo è ciò che è scritto. Per Cristo e per ognuno che gli appartenga. Passione: tu ti consegni con fiducia, e l’altro fa di te ciò che vuole, ti abbraccia o ti strapazza, ti accoglie o ti respinge… ma tu continui ad amare, fino alla fine. Morte: una vita che non si tira indietro… muore, si spegne… ma non per sempre, perché la morte ha potere sulla carne, lo spirito che da Dio viene a Dio ritorna. Risurrezione: Tutto acquista senso alla luce della Vita: l’amore donato non muore, risorge sempre.
v. 47. E nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. La parola di Gesù, pronunciata nella storia, non si ferma. Ha bisogno di annunciatori. E gli apostoli vanno, mandati nel nome santo di Dio. Vanno a tutte le genti. Non più un popolo eletto, ma tutti gli uomini eletti. Vanno a prendere per le spalle i loro fratelli e a convertirli, a girarli verso di loro per dire: Tutto ti è perdonato, puoi tornare a vivere la vita divina, Gesù è morto e risorto per te! Non è una invenzione la fede. Vengo da Gerusalemme. Ho visto con i miei occhi, l’ho sperimentato nella mia vita. Non ti racconto altro che la mia storia, una storia di salvezza.
v. 48. Di questo voi siete testimoni. Dio lo si conosce per esperienza. Essere testimoni vuol dire portare scritta nella pelle, cucita sillaba per sillaba, la Parola che è Cristo. Quando un uomo è stato toccato da Cristo, diventa come una lampada: anche se non lo volesse, risplende! E se la fiamma volessi spegnerla, si riaccende, perché la luce non è della lampada ma dello Spirito riversato nel cuore, che irradia senza fine la comunione eterna.
 v. 49. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Le promesse di Gesù non vengono meno. Lui se ne va, ma non lascia orfani i suoi amici. Sa che hanno bisogno della presenza costante di Dio. E Dio torna a venire all’uomo. Questa volta non più nella carne, ma invisibilmente nel fuoco di un amore impalpabile, nell’ardore di un vincolo che mai più si romperà, l’arcobaleno dell’alleanza ratificata, lo splendore del sorriso di Dio, lo Spirito Santo. Rivestiti di Cristo, rivestiti dello Spirito gli apostoli non avranno più paura, e potranno finalmente andare!
v. 50. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Il momento del lasciarsi è solenne. Betania, il luogo dell’amicizia. Gesù alza le mani e benedice i suoi. Un gesto di saluto che è un dono. Dio non si allontana dai suoi, semplicemente li lascia per tornare in altra veste.
v. 51. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ogni distacco è sicuramente un evento che porta dispiacere. Ma in questo caso la benedizione è un lascito di grazia. E gli apostoli vivono una comunione intensa con il loro Signore tanto da non avvertire separazione.
v. 52. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia. La gioia degli apostoli è grande, gioia di tornare per le vie di Gerusalemme con un tesoro sconfinato, la gioia dell’appartenenza. L’umanità di Cristo entra in cielo, è una porta che si riapre per non più chiudersi. La gioia della sovrabbondanza di vita che Cristo ha ormai versato nella loro esperienza non si arresterà più…
v. 53. E stavano sempre nel tempio lodando Dio. Stare… un verbo importantissimo per il cristiano. Stare suppone una forza particolare, la capacità di non fuggire le situazioni ma di viverle assaporandole fino in fondo. Stare. Un programma evangelico da portare a tutti. Allora la lode scaturisce sincera, perché nello stare la volontà di Dio è sorseggiata come bevanda salutare e inebriante di beatitudine.
Dall’esperienza carmelitana: Teresa di Lisieux
“Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori, ho la vocazione di  essere apostolo. Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa, ma, oh Amato, una sola missione non mi basterebbe, vorrei al tempo stesso  annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo, e fino nelle isole più remote. Vorrei essere  missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo,  ed esserlo fino alla consumazione dei secoli” (MA 251).
Preghiera finale
Signore Gesù, Tu non abbandoni i tuoi discepoli al loro destino, non li lasci soli ad affrontare i rischi e le fatiche della missione che hai loro affidato. Anzi, salendo al cielo tu puoi essere vicino ad ognuno di loro, ad ognuno di noi. Certo, la tua presenza, Signore risorto, non si impone a nessuno, ma coloro che ti cercano, coloro che ti accolgono, coloro che desiderano mettere in pratica la tua Parola possono contare su di te in ogni momento dell’esistenza, in ogni frangente della storia. Ora ogni uomo e ogni donna, di ogni nazione e di ogni epoca possono incontrarti vivo sul loro cammino. Perché tu ci vieni incontro attraverso la tua Parola, custodita nei vangeli, Parola che rischiara e ridesta i nostri cuori. Perché tu continui a donarti come Pane buono, che dà la vita eterna. Perché tu ci visiti attraverso i nostri fratelli e, particolarmente, in quelli che attendono un aiuto. Ti ringraziamo perché nella tua vita terrena ci hai insegnato tutto e ti sei donato totalmente a noi, e ora che sei salito al cielo continui a sostenerci insieme al Padre nell’unità dello Spirito Santo. Amen.

mercoledì 5 maggio 2010

LECTIO DIVINA , 6ª DOMENICA DI PASQUA ANNO C

Orazione iniziale
Vieni, Spirito santo, nei nostri cuori e accendi in essi il fuoco del tuo amore, donaci la grazia di leggere e rileggere la Parola di Dio per farne memoria attiva, amante e operosa nella nostra vita. Illumina, o Spirito di luce, la nostra mente perché possiamo comprendere le sacre Scritture; riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane da noi, ma sono la chiave della nostra esperienza presente. Donaci, Padre, il santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria, la madre di Gesù e madre nostra e con Elia, tuo profeta nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen!
Prima lettura: At 15,1-2.22-29
Il capitolo 15 rappresenta il punto di svolta nella narrazione di Atti. L’assemblea di Gerusalemme si pone al centro anche fisico di Atti preparando il successivo sviluppo della missione paolina. Infatti, dal cap.16 in poi, Luca si concentrerà unicamente sui viaggi missionari di Paolo fino alla città di Roma.
Nel brano odierno si fa riferimento a una grave crisi che sta scuotendo la chiesa primitiva: Ad Antiochia, dove Paolo e Barnaba hanno compiuto un resoconto entusiasta dell’azione “senza confini” dello Spirito, arrivano alcuni giudeo-cristiani di Gerusalemme e pretendono di imporre l’obbligo della circoncisione ai neo-convertiti dal paganesimo dicendo loro “se non vi fate circoncidere … non potete essere salvi” (v.1). Paolo e Barnaba discutono animatamente contro costoro, perché alla luce della loro fede in Gesù Cristo, ritenevano che a eccezione di alcune direttive importanti (ad es. il Decalogo), molti comandamenti non avevano se non valore provvisorio, limitato al mondo giudaico, ed erano sostituiti dalla fede in Gesù (Paolo dimostra ciò specialmente nella Lettera ai Galati). Ma per risolvere, anzi, per trovare un orientamento comune a tale questione; Paolo, Barnaba e alcuni altri di loro dovettero recarsi alla Chiesa Madre di Gerusalemme.
Nella lettura noi vediamo come la Chiesa sia concorde nell'esprimere il suo giusto punto di vista. Di fatto, a Gerusalemme, con l’autorità degli apostoli e degli anziani, la chiesa cristiana fa la prima esperienza di un concilio (At 15,4-21) e giunge alla decisione fissata in scritto nel cosiddetto “decreto apostolico”. E’ la prima lettera apostolica che porta tutti i tratti: pastoralità, prudenza, discernimento della verità, ispirazione dello Spirito Santo. Essa è affidata agli “uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli” (v.22), perché lo portino alle singole comunità e lo commentino autorevolmente “a viva voce” (v.27). Al di là dei contenuti, ci troviamo di fronte ad una metodologia di assemblea ecclesiale, essa stessa suggerita dallo Spirito e aperta all’attualizzazione: la lettera della comunità di Gerusalemme è introdotta dall’informazione sulla delegazione inviata ad Antiochia (vv.22-23). Ai due delegati di Antiochia vengono aggiunti altri due di Gerusalemme, perché la comunione tra le due Chiese sia espressa dalla visita di rappresentanti della comunità di Gerusalemme in comunione con lo Spirito santo.
Da questo racconto emerge chiaro che sin dall'inizio alla Chiesa si presentarono questioni nuove e imprevedibili, alle quali nessuno sapeva dare subito una risposta. Tuttavia, lo Spirito Santo, l'impegno degli Apostoli e di tutta quanta la Chiesa fecero sì che si approdasse ad una vera e giusta soluzione. Tale evento in fondo, evoca la Chiesa in tutto il suo mistero: è una comunità che cammina nella storia, e in questa sua dimensione è attraversata da tensioni e visioni differenti, sempre impegnata in un faticoso discernimento spirituale della volontà di Dio, chiamata a decisioni che possono anche mutare nel tempo e adattarsi a differenti contesti storici e culturali grazie alla docilità dei suoi membri all’azione dello Spirito Santo.
Seconda lettura: Ap 21,10-14.22-23
In questi versetti continua la descrizione della città santa, la nuova Gerusalemme che è splendente e con nuovi riferimenti simbolici. Essa è costituita di dodici porte, che sono custodite da dodici angeli con i nomi delle dodici tribù di Israele e i suoi basamenti poggiano su dodici colonne, che sono i dodici apostoli. Le porte sono orientate a gruppi di tre nelle quattro direzioni cardinali, a indicare che la Gerusalemme celeste sorge sul punto di congiunzione di tutte le direttrici geografiche.
vv. 10-11. La Gerusalemme celeste risplende dello splendore di Dio
La nuova città, che Dio ha pensato e progettato da sempre e il cui avvento è certo della certezza di Dio, risplende della stessa presenza di Dio. La gloria di Dio, ovvero la sua splendida presenza, non deve entrarvi dal di fuori come accadeva nella Gerusalemme restaurata di Ez 43,1ss. Essa vi dimora già, anzi ne fa essenzialmente parte, la pervade e la illumina interamente. Ciò significa che nella Gerusalemme celeste si dà un’esperienza piena e immediata di Dio. Quanto era promesso e annunciato come realtà futura dai profeti, ora Giovanni lo contempla come realtà presente. Questa Gerusalemme rappresenta la nuova umanità redenta, intimamente legata a Gesù Cristo, essendo la sposa dell'Agnello (21,9).
vv. 12-14 Dodici porte e dodici basamenti e colonne
La struttura comprende “dodici porte”, cioè l’antico Israele fedele (v.12), e “dodici basamenti ”, cioè il nuovo Israele fedele(v.14): così l’Apocalisse abbraccia attraverso il numero simbolico “dodici” l’universale popolo di Dio, l’intera famiglia dei salvati.
Le porte, tre per ognuno dei quattro punti cardinali (v.13), restano “perennemente aperte” (Ap 21,25) a esprimere appunto l’universalità della città-popolo, conforme alla promessa di Gesù: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno alla mensa del regno di Dio” (Lc 13,29).
Il grande e alto muro che circonda la città aperta (v.12a) non ha lo scopo di difenderla da nemici, visto che il Maligno, il male e la morte, sono stati sconfitti definitivamente (cf.Ap 20,7-15). Forse, è simbolo della perfezione e compiutezza della città, come pure simbolo della separazione tra la salvezza e non salvezza: una frontiera discrimina ciò che è dentro la città e ciò che resta irreparabilmente fuori (cf.Ap 21,27 e 22,15)
v. 22. “non vidi alcun tempio: Dio e l’Agnello, il nuovo tempio di luce”
Per il giudaismo l’assenza del tempio era inconcepibile: nel mondo nuovo il tempio sarebbe stato purificato, non eliminato (cf. Mal 3,1ss; Dn 8,14). Invece nella nuova Gerusalemme Dio e l’Agnello sono presenti senza bisogno di mediazioni: “mentre prima gli uomini mediante il tempio cercavano un contatto con Dio entrando nel recinto sacro, ora è Dio stesso che cerca l’uomo, che si dona direttamente a lui stabilendo una correlazione permanente e trasparente”. La Gerusalemme celeste è simbolo della piena comunione tra Dio e l’Agnello, da una parte, e gli uomini dall’altra. Si coglie qui il senso ultimo del messaggio neotestamentario sull’umanità di Cristo come “nuovo tempio” e sui cristiani come “tempio di Dio”, “tempio dello Spirito”. Dio e l’Agnello sono ora, definitivamente, la casa dell’uomo.
v. 23 La città non ha bisogno della luce del sole
Coabitazione perenne tra Dio e gli uomini, e comunione di vita divina vengono infine espresse con la categoria della “luce” (v.25). Nella nuova Gerusalemme non c’è posto per le tenebre e per la notte. L’utopia della luce, espressa da Is c.2 e Is c.60, viene in essa a compimento. Luce come presenza di Dio, luce come vita trascendente e divina, che investe i cittadini della città di Dio, li fa essere, li fa vivere. Dio e Cristo sono questa luce.
Vangelo Gv 14,23-29
Contesto
Ci troviamo nel primo discorso di addio di Gesù che ha avuto inizio in Gv 13,31. I versetti costituiscono la risposta di Gesù a una domanda rivolta da Giuda Taddeo (non il traditore), che a prima vista potrebbe sembrare non avere alcuna relazione con ciò che segue: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. La domanda in realtà, riflette bene uno dei dubbi più angoscianti della comunità degli apostoli, perché nella prospettiva messianica allora corrente, il Messia avrebbe dovuto rivelarsi a tutto il mondo e non a un piccolo gruppo di discepoli. Quindi il brano evangelico odierno è costituito dalla risposta del Maestro al discepolo. Gesù risponde qui in un modo che abbraccia molto più di quanto la semplice domanda avrebbe desiderato. E’ una delle caratteristiche del quarto Vangelo esprimere in termini “spaziali” i motivi invisibili dell’amore di Dio che, nel Figlio incarnato, “viene” e “discende” tra gli uomini: partire dall’interrogativo sincero del discepolo per allargare subito l’orizzonte del suo sguardo e oltrepassare di molto lo stesso terreno.
Spiegazione del testo.
vv.23-24.28. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola... Questa verità, qui enunciata in termini positivi, viene poi ribadita in termini negativi («Chi non mi ama, non osserva le mie parole», v. 24) e ripresa più avanti: «Se mi amaste, vi rallegrereste...» (v. 28). Questo amore, di cui parla Gesù, deve possedere due condizioni o prove di autenticità: primo, chi ama Gesù, osserva le sue parole, vale a dire crede e vive di esse; secondo, chi ama Gesù si rallegra che Gesù vada al Padre, cioè sia nella gloria, perché lì Egli si trova nella «casa del Padre» anche in quanto uomo. Per Giovanni amare Gesù significa accoglierlo nella sua realtà sconcertante della sua incarnazione e soprattutto della sua “ora”, che è tempo della passione-glorificazione. I giudei “non hanno amato Gesù” perché si sono rifiutati di accoglierlo (cf Gv 8,42). L’amore per Gesù, fondamentalmente, non è altro che la fede operante, l’accordo profondo della volontà, dell’adesione dello spirito e del cuore, della “fedeltà amante” alla sua parola.
«Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Chi ama Gesù e vive, cioè realizza pienamente le sue parole, diventa un tempio, nel quale dimora Dio. L'inabitazione di Dio nell'anima degli uomini costituisce uno dei doni più grandi che Dio possa elargire a noi sulla terra. In modo misterioso l'anima diventa «cielo sulla terra».
vv.25-26 «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome...» La promessa del “Consolatore” è un altro tema molto presente nei “discorsi di addio” (cf Gv 14,25-26 e 16,12-14). La partenza di Gesù apre il tempo dello Spirito, dal greco (paráclétos): non solo nel senso dell'avvocato che difende gli uomini, ma anche nel senso di colui che parla e intercede in loro favore. «Paraclito» nel senso che noi siamo sostenuti e protetti da lui.
«Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Lo Spirito Santo ci proteggerà perché ci farà capire la parola di Gesù, che non è altro che la parola stessa del Padre (v. 24). Svolgerà questo compito dando calore, forza e intelligibilità a tale parola nella nostra vita. Riporta alla memoria quella parola, non come qualcosa di dimenticato, ma come realtà riscoperta a livello più profondo di fede e di gioia cristiana.
v.27 «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Il prezioso bene della pace è dono di Gesù, è lui che ce lo lascia. Dove c'è Dio, ivi è la pace. Questa pace, intimamente commessa con la presenza di Dio, può sussistere anche in mezzo agli assalti o alle insidie del male, anche in mezzo alle sofferenze. Spesso i Santi parlano dell'esperienza di questa pace profonda, che nessuno al mondo può toglierci.
vv.28-29 «Vado e tornerò da voi...». Gesù non si sottrae che al contatto materiale, corporeo con noi. Ma egli ritornerà in due modi: primo, con lo Spirito Santo; secondo, alla fine dei tempi come Risorto nella sua gloria.
Messaggio globale
Noi siamo in cammino verso la Gerusalemme celeste - ma solo a condizione di essere già per via, protesi verso la meta - che è Gerusalemme stessa a scendere verso di noi in tutta la sua bellezza, per compiere il nostro desiderio e il nostro pellegrinaggio. In questo cammino, come ci ricorda Gesù nel vangelo di Giovanni, dobbiamo portare con noi un bagaglio sobrio, essenziale ma indispensabile. Innanzitutto una parola da osservare e custodire, o meglio, quella parola che è Gesù stesso come rivelazione definitiva del Padre. Dimorando in lui e nel suo amore siamo certi di essere già in comunione con il Padre, anche nel tempo del nostro pellegrinaggio. A consentirci di rimanere nella Parola c'è il dono dello Spirito Santo – il secondo bene essenziale da portare con sé - che ci insegna ogni cosa ricordando tutto ciò che il Signore Gesù ci ha detto. Quello dello Spirito è un insegnare ricordando, consentendoci di approfondire la rivelazione di Gesù e anche di discernere nella sua luce le decisioni da assumere di volta in volta, di fronte ai problemi che man mano insorgono lungo il cammino. Appunto come accade nel concilio di Gerusalemme, quando le decisioni vengono prese sulla base di quanto «è parso bene allo Spirito Santo e a noi» (v. 28). Un terzo bene da portare con sé è la pace donata dal Signore, che vince ogni turbamento e timore. Non mancano infatti lungo la via rischi, pericoli, ostilità, scelte coraggiose da assumere. Tutto può però essere affrontato senza paura, nella pace che è dono del Signore e non del mondo, e che dunque possiamo accogliere se siamo disponibili a una comunione con il Signore che ci converte dalle logiche mondane per farci aderire sempre di più al suo stesso 'sentire'.
Preparando in questo modo il bagaglio per il viaggio ci si accorge tuttavia che si porta con sé un bene infinitamente più grande: la presenza stessa di Dio che cammina con noi e in noi. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Già lungo il cammino si gusta anticipatamente ciò che ci attende al suo compimento: il Padre e il Figlio abitano in noi così come il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello abitano nel cuore della Gerusalemme celeste.
Preghiera finale
La tua parola, Gesù, è una luce che illumina il nostro cammino e ci permette di affrontare la complessità di ogni giorno senza perdere l’orientamento. La tua parola, Gesù, è sorgente di saggezza: ad essa possiamo attingere per le scelte e le decisioni che imprimono una direzione ed un senso alla nostra esistenza. La tua parola, Gesù, è come un fuoco che brucia in noi tutto ciò che è contrario al disegno di Dio ed accende sentimenti nuovi ed un coraggio sconosciuto. La tua parola, Gesù, esige non solo un ascolto attento ma anche un cuore docile, disposto a metterla in pratica, a farla fruttificare. Per questo tu ci doni il tuo Spirito: perché ci faccia ricordare ogni tua parola, ci strappi al turbamento, ci doni un desiderio nuovo di annunciare e di vivere il tuo Vangelo in ogni circostanza, perché in questa terra lacerata crescano la compassione e la misericordia. Di tutto questo, noi ringraziamo Te nell’unità del Padre e dello Spirito Santo, Amen.

venerdì 30 aprile 2010

LECTIO DIVINA: 5ª DOMENICA DI PASQUA ANNO C


Orazione iniziale
Signore Gesù aiutaci a capire il mistero della Chiesa come comunità d’amore. Dandoci il comandamento nuovo dell’amore come costitutivo della chiesa, ci indichi che esso è in cima alla gerarchia dei valori. Quando stavi per dare l’addio ai tuoi discepoli, hai voluto offrire il memoriale del comandamento nuovo, lo statuto nuovo della comunità cristiana. Non è stata una pia esortazione, ma appunto, un comandamento nuovo, che è l’amore. In questa ‘relativa assenza’ siamo invitati a riconoscerti presente nella persona del fratello. In questo periodo della Pasqua, Signore Gesù, tu ci ricordi che il tempo della Chiesa, è il tempo della carità, è il tempo dell’incontro con Te attraverso i fratelli. Sappiamo che alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. Aiutaci a incontrarti in ogni fratello e sorella, cogliendo le piccole occasioni di ogni giorno.
Prima lettura Att.14,21-27
Il brano contiene i versetti che concludono il primo viaggio missionario che ha visto Paolo in compagnia di Barnaba, impegnato a fondare le prime comunità cristiane al di fuori del modo strettamente ebraico, nella parte meridionale dell’Asia Minore. L’esperienza “nuova” fatta da Paolo e Barnaba è che “Dio aveva aperto ai pagani la porta della fede” (v.27). I frutti della Pasqua e dello Spirito sulle prime comunità, quasi sorprendono gli stessi apostoli. L’esperienza abbraccia anche “le tribolazioni” (v.22), che segnano inevitabilmente l’itinerario della missione, ma ne costituiscono anche il segreto della fecondità.
Ritroviamo in Atti “tribolazione”, categoria portante dell’Apocalisse. Paolo e Barnaba, passando per Antiochia di Pisidia (At 13,44-52), per Iconio (14,1-7) e per Listra (14,8-20), hanno conosciuto persecuzione, espulsione e lapidazione. Tornano ora sui loro passi, esortano e confortano le comunità evangelizzate di restare saldi nella fede. In questo sommario, Luca vuole evidenziare l’entusiasmo missionario di Paolo e Barnaba nonostante le difficoltà che abbiano incontrato. Ciò che è toccato a Cristo e ai primi evangelizzatori, tocca ora a tutti i credenti. Vale anche per noi la legge generale: “è necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (v.22). Annuncio e testimonianza di fede vera e operante, comportano contrasti e persecuzioni per tutti. E’ la Pasqua vissuta a livello personale e comunitario.

Seconda lettura Ap.21,1-5°
Il testo fa parte del penultimo capitolo del libro dell’Apoclisse, l’ultimo libro della Bibbia, che era iniziata con la Genesi, con la creazione del cielo e della terra, dell’uomo e della donna. Qui nell’Apocalisse, al compimento di tutta la storia della salvezza, il mare non c’è più e i cieli e la terra sono totalmente rinnovati. Al centro della terra e del cielo rinnovati, c’è la santa Gerusalemme, la comunità di tutti gli uomini (l’umanità rinnovata) finalmente radunati nell’amore di Dio e capaci di rispondere a tale amore con l’amore  di una sposa fedele.
v.1. “Il cielo e la terra di prima erano scomparsi..”. Le varie immagini di Ap 21 vogliono evocare soltanto la grande crisi che la prima creazione attraversa e attraverserà, prima che Dio con un atto della sua onnipotenza faccia nuova l’antica creazione.
v.2. “la città santa, la nuova Gerusalemme”: la nuova città “discende da cielo, da Dio”, avviene dall’alto (cf Gal 4,26; Fil 3,20; Eb 12,22; 14,44), “il suo architetto e costruttore è Dio (Eb 11,10).
“Pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. Il simbolo della sposa per indicare il popolo di Dio, è corrente sia nell’AT che nel NT (cf. Os 2,18.21; Is 54,6; Ez 16, ecc; Mt 22,1ss; Mc 2,19; Gv 3,29; Ef 5,25, ecc). L’alleanza sponsale di Dio con il suo popolo, diventato ormai universale (cf.Ap 7,9-17), viene a compimento. Se il popolo di Israele poteva affermare che Do gli aveva parlato dicendo che egli era il loro Dio e loro erano il suo popolo, ora tale reciproca appartenenza nell’amore è estesa a tutti i popoli.
v.3. “Ecco la dimora di Dio con gli uomini”: tutti i segni della presenza di Dio che la storia della salvezza aveva offerto (la nube, la tenda, il tempio, ecc) scompaiono (cf Ap 21,22), perché la realtà prende il posto del segno.
v.4. “Tergerà ogni lacrima, non ci sarà più la morte”: il Dio con tutti gli uomini libera la creazione da ogni negatività, oggettiva e soggettiva. La morte, con tutto il suo corteggio di mali, è vinta per sempre.
v.5. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” :
Dio fa nuove tutte le cose. Una simile novità non può provenire che da Dio. Il credente che vive nella “traballante capanna” (Am 9,11) del suo corpo, della sua esistenza e della storia universale, sa bene che la novità vera non è raggiungibile dall’uomo se non come accoglienza del dono di Dio. E’ Dio il “nuovo”, il diverso che si dona, si auto comunica.
Dio fa nuove le cose. Nota bene: Dio non “fa cose nuove”, bensì “fa nuove” tutte le cose. L’accento è su sulla novità, non sulle cose. Dio non cancella la prima creazione per sostituirla con una nuova; rinnova, trasforma la prima creazione, quella di cui facciamo parte e che ci portiamo dentro.
Dio “fa” (al presente) nuove tutte le cose, l’assemblea che ascolta, noi stessi che ascoltiamo dovremo trasalire di gioia dinanzi a questo presente, segno di un rinnovamento escatologico che già si iscrive nella presente vita e nella presente storia. Si tratta, allora, di riconoscere fin d’ora i germi di questa novità e di coltivarli.
Vangelo Gv 13,31-33°.34-35
Contesto
Il brano apre la lunga sezione giovannea dei “discorsi di addio” (Gv 13,31-14,31 e Gv 15-17). L’uscita nella notte di Giuda il traditore (13,30), inaugura per Giovanni l’ “ora delle tenebre”. Da una parte, dimostra Giuda che abbandona definitivamente la sfera della luce e della vita per entrare nelle tenebre e nella morte nelle quali verrà inghiottito; da un’altra parte, è l’ora della passione di Gesù che, nel quarto Vangelo, coincide misteriosamente con “ora della glorificazione” (vv.31-32). Ma questa è anche l’ora della partenza di Gesù, l’ora del distacco (v.33), l’ora delle ultime volontà. Una domina su tutte: il comandamento nuovo dell’amore (vv.34-35).
Spiegazione del testo
vv.31-32: “..Il Figlio è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui…”
Il verbo “glorificare” appare ben cinque volte nei vv.31-32. La “gloria” nel linguaggio biblico è l’irraggiamento stesso della presenza di Dio, lo splendore terribile e ad un tempo affascinante dell’essere di Dio. Per il Vangelo di Giovanni la “gloria” divina è presente nella “carne” del Verbo diventato uomo (Gv 1,14), rivela e salva attraverso i miracoli-segni di Gesù (Gv2,11), esplode nello scandalo del Crocifisso. L’uomo si aspetterebbe sempre una presenza di Dio visibilmente gloriosa, una trasparenza attraverso la quale si possa contemplare direttamente il divino. Il verbo fatto carne e innalzato sulla croce ci obbliga ad una conversione teologica. Dio è presente là dove meno lo aspetteremmo: nella debolezza e infermità dell’esistenza terrena di Gesù, addirittura in maniera privilegiata nella sua passione-morte. Infatti, di fronte al tradimento di un suo discepolo, Gesù dimostra un amore più forte dell’istintiva avversione. Un amore che non giudica, che non conosce limiti, che si estende pure ai nemici. Il momento della morte in croce manifesta la gloria che Gesù ha ricevuto dal Padre e che ora brilla in lui: è la manifestazione massima dell’amore di Gesù e del Padre.
v.33: “Figlioli, mi resta ormai poco tempo per stare con voi…”
 Gesù che va liberamente alla morte, causata dal tradimento di un suo discepolo e accettata per amore, sa che nessuno può accompagnarlo. I suoi non sono ancora capaci di un amore generoso e totale. Infatti tra poco lo abbandoneranno tutti; in 16,32 leggiamo: “Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo…”. Dopo essere stato capace di dimostrare amore anche per il traditore, Gesù formula il comandamento della sua comunità basato sull’ assomiglianza al suo amore senza limiti.
v.34: “vi do un comandamento nuovo: che vi amiate..come io vi ho amato…”
L’aggettivo “nuovo” esprime una novità di natura: il comandamento di Gesù qualitativamente nuovo perché è dono di Dio e di Cristo, è una partecipazione alla loro capacità e al loro modo di amare. Di fatto, Gesù supera il precetto dell’amore contenuto nel Libro del Levitico: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; cfr. Mt 22,3740) dove l’uomo era la misura di questo amore. Gesù dona ai suoi un unico comandamento che è nuovo: la sua qualità è tale che esso sostituisce tutti gli altri. Nell’unico comandamento che Gesù lascia come costitutivo per la comunità dei credenti, egli non chiede nulla né per sé né per Dio, ma solo per gli uomini. Dio ancora una volta viene presentato non come colui che viene servito dagli uomini, ma che si pone al loro servizio offrendo ad essi la sua stessa capacità d’amare: come io ho amato voi. Non l’uomo ma Gesù è la misura/norma di questo amore. Essendo stato preceduto da un gesto di servizio e di accoglienza come la lavanda dei piedi, Gesù fa comprendere che questo amore si esprime attraverso il servizio. Chi non serve, non ama. Il come di questo amore non indica solo la misura (comparazione) di questo amore, ma la motivazione (causa): si è capaci di amare come Gesù perché lui ci ama. L’amore di Cristo, prima ancora di essere norma e modello dell’agape cristiana, ne è sorgente e radice, per cui, se è accolto nella libertà, produce gli effetti dell’amore vicendevole e della comunione fraterna.
v.35 “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni gli altri”
Nella comunità dei credenti (discepoli), segno e germe della comunità escatologica, si rende (o si dovrebbe rendere!) visibile e tangibile la logica dell’amore, la logica del dono totale che è la logica di Dio e del suo regno. Quindi c’è qualcosa di più di un semplice “segno distintivo”; si tratta di rappresentare al vivo di fronte al vecchio mondo, la logica e la vita del “nuovo mondo”, nel quale tutti siamo amati da Dio e da questa “forza rinnovatrice” sappiamo amarci. Infatti, l’amore, quando si traduce in servizio, diventa visibile: si dimostra la autenticità dell’amore e così si manifesta la presenza del Padre nell’umanità. Questa manifestazione visibile è l’unico distintivo dei credenti in Gesù. Ponendo l’amore/servizio quale unico segno distintivo, Gesù esclude qualsiasi altro. Quando questo non è capito, si sceglie la strada dei surrogati: stemmi, insegne, abiti o decorazioni; ma, mentre abiti o insegne sono legate ad un determinato contesto culturale e sociale, limitato quindi geograficamente a una particolare parte del mondo, l’amore che si traduce in servizio è un linguaggio universale che non conosce limiti o confini razziali o geografici ed è l’unico distintivo prontamente riconoscibile da tutti.
Preghiera finale
O Dio, che nel Cristo tuo Figlio, rinnovi gli uomini e le cose, fa' che accogliamo come statuto della nostra vita il comandamento della carità, per amare te e i fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore, Amen.

venerdì 23 aprile 2010

LECTIO DIVINA 4ª DOMENICA DI PASQUA ANNO C

Orazione iniziale
Vieni, Spirito santo, nei nostri cuori e accendi in essi il fuoco del tuo amore, donaci la grazia di leggere e rileggere questa pagina del vangelo per farne memoria attiva, amante e operosa nella nostra vita. Noi vogliamo accostarci al mistero della persona di Gesù contenuto in questa immagine del pastore. Per questo ti chiediamo umilmente di aprire gli occhi della mente e del cuore per poter conoscere la potenza della sua resurrezione. Illumina, o Spirito di luce, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole di Gesù Buon Pastore; riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane da noi, ma sono la chiave della nostra esperienza presente. Vieni, o Spirito santo, perché senza di te il Vangelo appare una lettera morta; con te il Vangelo è Spirito di vita. Donaci, Padre, il santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria, la madre di Gesù e madre nostra e con Elia, tuo profeta nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen!
Prima lettura Att.13,14.43-52
Il testo inizia con il v.14, che contestualizza l’intera pericope che va da v.13 al v.52 e in cui viene narrata l’azione missionaria di Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia, città della Galazia meridionale (Asia minore -Turchia) e centro di una certa importanza, dato che era sede governativa e militare della provincia. Ci troviamo proprio all’inizio e insieme al centro del primo viaggio missionario che Paolo compie con Barnaba: infatti il narratore intende porre qui le basi di tutta l’attività evangelizzatrice di Paolo e con essa dell’intera missione della Chiesa.
La tattica missionaria consiste innanzitutto in un approccio con i giudei del luogo, al primo sabato nella sinagoga. Le parole dell'apostolo non lasciano indifferenti gli ascoltatori, sia i giudei che i proseliti, ossia i pagani in via di conversione al giudaismo e si fissa un appuntamento per il sabato seguente. Ma, nel frattempo, i giudei hanno tempo di riprendersi e consultarsi e organizzano una ferma resistenza ai nuovi arrivati avvalendosi dell'appoggio di persone autorevoli che erano o riuscirono a far schierare dalla loro parte. Non è detto che cosa contestassero, ma probabilmente la posizione superiore di Gesù rispetto agli altri profeti. Le loro «bestemmie» non riguardavano certamente Dio, ma Gesù Cristo che essi non accettavano come l'unto del Signore. È sempre Gesù la pietra di scandalo (cfr At 4,11), il segno di contraddizione (Lc 2,34). Ad Antiochia avviene così la rottura ufficiale tra il cristianesimo e il giudaismo della diaspora, come a Gerusalemme era avvenuta la separazione con il giudaismo palestinese. Il cristianesimo nasce dal solco della tradizione giudaica, ma d'ora in avanti perseguirà un cammino tutto proprio e spesso antagonistico con quello della sinagoga.
Come il rifiuto di Gesù quale Messia ha paradossalmente portato la salvezza attraverso il mistero della morte e risurrezione di Cristo, allo stesso modo, proprio il rifiuto giudaico del messaggio di salvezza portato dagli apostoli, è il passaggio attraverso cui si compie la promessa divina di una salvezza universale, rivolta a tutte le genti. Di fatto, la Pasqua ha liberato la Parola fatta carne su tutte le strade del mondo, attraverso l’annuncio degli apostoli e dei discepoli. É lei la protagonista: “si diffonde”, “cresce”, e “si moltiplica”, “si rafforza”; e così facendo riempie di “gioia” e di “Spirito Santo”, glorifica e porta alla vita eterna (vv.52.48) chi l’ascolta e l’accoglie (vv.44.46).
Seconda lettura Ap 7,9.14b-17. La tribolazione trasfigurata in gioia escatologica
L'Apocalisse trasferisce il lettore sempre in un mondo ideale, quello della risurrezione, di cui tutto si può dire, ma di nulla si può esser certi, salvo la sua realtà. L'uomo passa la sua prima esistenza in una realtà opaca, piena di contrasti e di contraddizioni e sogna che l'era futura sia il suo contrario, luminosa, pacifica, affascinante. Un mondo sempre da desiderare, oltre che attendere, in cui le ingiustizie e le sofferenze di quaggiù, la stessa morte scompariranno per sempre.
La fede è una visione ottimistica del futuro, la proiezione verso una vita senza fine dove non un piccolo numero, ma una moltitudine sterminata e plurirazziale entrerà a far parte. Quella di Ap 7 è una scena consolante ed esaltante. La vita terrena è una grande tribolazione in particolare per i credenti. Essi spesso periscono sotto il peso dei dominatori, ma la loro fine segna l'inizio di una vita nuova. Sono caduti sotto i ferri dei persecutori, ma si sono rialzati, indossano tuniche bianche che simboleggiano la luce da cui sono avvolti e nelle loro mani stringono la palma della vittoria. Erano degli sconfitti, ora sono dei vincitori! L'Agnello è il simbolo di Gesù Cristo morto e risorto; infatti anch'egli è «come immolato» e «in piedi» (5,6), per questo «è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore e gloria e benedizione» (5,12). É quanto la moltitudine dei martiri gli tributa in segno di riconoscenza. «La salvezza appartiene al nostro Dio e all'Agnello» (7,10). Ma la gioia nasce dal fatto che i credenti sono diventati partecipi del trionfo dell'Agnello che pascola e guida il suo gregge alle fonti dell'acqua della vita (v. 17). La simbologia del “pastore” (vedi Vangelo) ritrova nell’Apocalisse una nuova identità. La conoscenza-amore di Cristo-buon-pastore è giunta fino all’immolazione di sé. Il “pastore” è diventato l’Agnello pasquale.
Vangelo: Gv 10,27-30.
contesto
Il brano evangelico è una ripresa e una conclusione della lunga sezione su Gesù-buon-pastore (Gv c.10), i cui si distinguono la parabola (vv1.5) e la duplice spiegazione della “porta” (vv.6-10) e del “pastore”, in antitesi con il mercenario (vv.11-18). Quest’ ultimo discorso di Gesù vv. 27-28, è ambientato durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme che cadeva verso la fine di dicembre (durante la quale si commemorava la riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C). Le parole di Gesù sul rapporto tra il Pastore (Cristo) e le pecore (la Chiesa) appartengono ad un vero e proprio dibattito fra Gesù e i giudei. Questi rivolgono a Gesù una domanda chiara e reclamano una risposta altrettanto precisa e pubblica: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (10,24). La risposta di Gesù viene presentata in due tappe (vv. 25-31 e 32-39). Consideriamo brevemente il contesto della prima ove è inserito il nostro testo liturgico. I giudei non hanno compreso la parabola del pastore (Gv 10, 1-21) e ora domandano a Gesù una rivelazione più chiara della sua identità. Di per sé il motivo della loro incredulità non è da ricercarsi nella sua poca chiarezza, ma perché si rifiutano di appartenere alle sue pecore. Le parole di Gesù sono luce solo per chi crede, ascolta e vive all’interno della comunità, per chi decide di non credere, ascoltare e restare fuori, sono un enigma che sconcerta. All’incredulità dei Giudei, Gesù contrappone il comportamento di coloro che gli appartengono e che il Padre gli ha dato; ma anche della relazione con essi.
Spiegazione del testo.
v. 27. “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”
• Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce: si tratta non solo di un ascolto esterno (3,5; 5,37) ma anche un attento ascolto (5,28; 10,3) fino all’ascolto obbediente (10,16.27; 18,37; 5,25). Nel discorso del pastore questo ascolto esprime la confidenza e l’unione delle pecore al pastore (10,4). L’aggettivo «mie» non indica soltanto il semplice possesso delle pecore (animale noto per la sua mansuetudine), ma mette in evidenza che le pecore gli appartengono, e gli appartengono in quanto ne è il proprietario (10,12).
• Ecco, allora, stabilirsi una comunicazione intima tra Gesù e le pecore: «ed io le conosco» (10,27). Non si tratta di una conoscenza intellettuale; nel senso biblico «conoscere qualcuno» significa soprattutto avere un rapporto personale con lui, vivere in comunione di amore e di vita con lui. Gesù conosce le sue pecore perché le ama; così sono suoi discepoli quelli che hanno creduto al suo amore (cfr 1Gv 4,16) e si sono messi alla sua sequela (v. 27).
• In virtù di questa conoscenza d’amore, il Pastore invita i suoi a seguirlo. L’ascolto del Pastore comporta anche un discernimento, perché tra le tante voci possibili, sceglie quella che corrisponde a una precisa persona (Gesù). In seguito a questo discernimento, la risposta si fa attiva, personale e diventa obbedienza. Il verbo seguire (akoloutein) significa mettersi materialmente al seguito di qualcuno, ma nel vangelo equivale a diventare discepolo di Gesù, farsi suo «accolito». Questa proviene dall’ascolto. Quindi tra l’ascolto e la sequela del Pastore sta il conoscere Gesù.
v.28a. La conoscenza di Gesù delle sue pecore, apre un itinerario che conduce all’amore: «Io do loro la vita eterna». Per l’evangelista la vita è il dono della comunione con Dio. Mentre nei sinottici ‘vita’ o ‘vita eterna’ è connessa con il futuro; nel vangelo di Giovanni designa un possesso attuale. Tale aspetto viene spesso ripetuto nel racconto giovanneo: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (3,36); «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna» (5,24; 6,47).
v.28b-29. “nessuno le strapperà dalla mia mano…”
Può essere utile sostare un momento sulla bella immagine della «mano». Per la Bibbia essa è metafora della potenza protettrice di Dio (cfr Dt 32,39; Is 43,13; Sap 3,l): chi è nelle sue mani è veramente al sicuro! Ma la mano è anche l'organo del corpo atto a compiere ogni sorta di operazioni, buone o cattive. Con la mano si può rapire, distruggere, fare violenza (come fanno il ladro e il lupo nominati ai vv. 10 e 12); oppure, al contrario, essa può essere usata per donare, accogliere, benedire, custodire, sostenere, guarire, salvare. La mano di Gesù sa solo compiere i gesti a servizio dell'amore, di quell'amore ricevuto dal Padre e ridonato totalmente - fino all'ultima briciola – per la salvezza delle sue pecore. Le pecore in mano a Gesù non hanno nulla da temere, perché non sono in mano a un mercenario che, appena vede arrivare il lupo, le abbandona e fugge. Nella sua mano nessuno andrà perduto perché essa, in ultima analisi, è la stessa mano del Padre (cfr v. 29!). È il Padre che ha dato le pecore in mano al Figlio (cfr 3,35: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa») ed è lo stesso Padre che continua a vegliare su di esse e a proteggerle con la forza del suo potere (Egli «è più grande di tutti», più forte di qualsiasi ladro o lupo che sia). Esse sono assolutamente al sicuro nelle mani del Figlio perché il Figlio è totalmente nelle mani del Padre. Anzi, come si dice al v. 30, è una sola cosa con lui: «Io e il Padre siamo uno».
v.30. “Io e il Padre siamo una cosa sola”
Questa frase è la chiave di tutto il discorso che Gesù sta portando avanti con i suoi interlocutori. Essi vogliono un segno della sua messianicità e la risposta unica che ha addotto (cap. VIII) e che ora ribadisce, è nella sintonia operativa tra lui e Dio. Quello che il Padre fa da sempre, il bene, fa anche lui che sta spendendo la vita per gli altri. Gesù e il Padre sanno amare così disinteressatamente, anzi con il discapito della propria reputazione e della stessa vita, per questo Gesù può affermare che il suo amore per l'uomo è estremo (13,1) e che non esiste un'altra carità più grande della sua (15,13). Il disegno della salvezza è un circolo concentrico che parte da Dio e a lui fa ritorno. Accettarlo, farlo proprio, credere, è inserire la propria esistenza in questo circuito che porta l'uomo all'amicizia e alla comunione di vita con Dio.
Gesù è il buon pastore che difende il suo gregge (10,11); il Padre non si lascia strappare nessuno di coloro che sono uniti a lui: questa fede è quella che conta sopra ogni cosa (v. 29). Ma agli occhi dell'uomo non appare nulla di questi legami misteriosi; bisogna avere il coraggio di credere che essi esistono realmente e cercare di rinsaldarli ogni giorno, perché ogni giorno c'è il pericolo di perderli di vista. In realtà, il discepolo di Gesù non si misura da quello che egli sa dire su di lui, ma da quello che sa compiere sul suo esempio (13,15).
Significativamente, la liturgia ci fa leggere questi testi dopo la Pasqua, dopo cioè aver celebrato e fatto memoria di quel singolare pastore che ha offerto la vita per le sue pecore affinché esse abbiano a ritrovarla in abbondanza (cfr Gv 10,10 s.). Queste pecore, smarrite e disperse al momento della passione (cfr Mc 14,27 par.), ritrovano il loro pastore dopo la risurrezione, sotto le sembianze di un Agnello che le guida e le conduce alle fonti delle acque della vita (cfr Ap 7,17: seconda lettura).
Preghiera finale:
Ti chiediamo, Signore, di manifestarti a ciascuno di noi come il Buon Pastore, che, nella forza della Pasqua, ricostituisci, rianimi i tuoi, con tutta la delicatezza della tua presenza, con tutta la forza del tuo Spirito. Ti chiediamo di aprire i nostri occhi, perché possiamo conoscere come tu ci guidi, sostieni la nostra volontà di seguirti ovunque tu ci condurrai. Concedi a noi la grazia di non essere strappati dalle tue mani di Buon Pastore ed di non essere in balia del male che ci minaccia, delle divisioni che si annidano all’interno del nostro cuore. Tu, O Cristo, sei il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Amen!

sabato 17 aprile 2010

LECTIO DIVINA III DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale

Manda il tuo santo Spirito, o Padre, perché la notte infruttuosa della nostra vita si trasformi nell’alba radiosa in cui riconosciamo il tuo Figlio Gesù presente in mezzo a noi. Aleggi il tuo Spirito sulle acque del nostro mare, come già al principio della creazione e si aprano i nostri cuori all’invito d’amore del Signore, per partecipare al banchetto imbandito del suo Corpo e della sua Parola. Arda in noi, o Padre, il tuo Spirito, perché diventiamo testimoni di Gesù, come Pietro, come Giovanni, come gli altri discepoli e usciamo anche noi, ogni giorno, per la pesca del tuo regno. Amen.
Prima Lettura  (At 5,27b-32.40b-41) ”Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.”
Il contenuto del  messaggio è la morte, la risurrezione e l’aspetto salvifico degli eventi di Pasqua.
L’arresto e l’imprigionamento degli apostoli era in potere del sommo sacerdote e l’esame delle accuse toccava al Sinedrio che era competente in tutto ciò che aveva relazione con la legge, specialmente nel suo aspetto religioso.
Il sommo sacerdote in presenza del Sinedrio accusa gli apostoli di due cose: disubbidienza agli ordini ricevuti e diffamazione per averli considerati responsabili della morte di Gesù.
Pietro senza le esitazioni e le incertezze del passato, proclama coraggiosamente il principio della libertà di fede: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.
Obbedire nella Bibbia è sinonimo di credere, perciò Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa quando essa si arroga dignità e ruoli assoluti che non rispettano e ledono la libertà e la sincerità autentica della coscienza.
I discepoli ubbidiscono a Dio accettando di predicare quello che Dio ha fatto in Gesù in favore degli uomini. La prima cosa che richiama l’attenzione è l“allergia” che gli accusatori mostrano di avere per il nome di Gesù essi infatti parlano di “quell’uomo”.
In secondo luogo essi devono però riconoscere che “quell’uomo” ha fatto strada: tutta la città parla di lui in conseguenza della predicazione degli apostoli e questo brucia molto a loro.
Era il riconoscimento e la glorificazione di Gesù; ma questo implicava, allo stesso tempo, la condanna di coloro che lo avevano messo a morte. Il rigetto di Gesù da parte loro non fu solo una colpa, ma un formidabile errore, che Dio stesso si è incaricato di mettere in luce, risuscitando Gesù. Con la risurrezione Dio ha costituito “quell’uomo” principe e salvatore: principe nel senso di capo e guida del nuovo popolo come fu Mosè per il popolo antico.
“Salvatore”: titolo dato a chi salva una città, soccorre e guarisce il popolo. Il Nuovo Testamento lo riferisce a Gesù in quanto liberatore dal peccato e dalla morte.
L’accusato in questo processo non è solo Pietro ma Gesù stesso che ora, come aveva promesso, mette
sulle labbra del suo discepolo la risposta giusta e la fermezza necessaria. Il conflitto tra la Chiesa e il Sinedrio non è che la continuazione di quello che ha condotto Gesù sul
patibolo. Ma la vittoria di Dio sulla morte fa intuire quale sarà l’esito di questo continuo confronto e la notazione finale degli apostoli, fustigati e minacciati eppure lieti e coraggiosi, ne è la più viva testimonianza e dimostrazione (vv.40-41).
 Seconda Lettura (Ap 5,11-14) ” L'Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza”
La seconda lettura di oggi è dal libro dell’Apocalisse di Giovanni che descrive la visione che lui stesso ha di Cristo posto sul trono e l’adorazione che a lui rende l’universo intero a cominciare dagli angeli fino alle creature della terra, sotto la terra e del mare.
Gesù è definito l’“agnello immolato” perché è in forza della sua opera salvifica che è degno di lode.
In suo onore si leva un inno di acclamazione nel quale si fondono le voci del cosmo, degli angeli e dei
santi che stanno davanti a Dio e, in seguito, degli uomini salvati, appartenenti a tutti i popoli della terra.
La solenne azione liturgica assume così dimensioni veramente universali, per celebrare la salvezza
pasquale operata da Dio e dal suo Cristo.
Ad essa si associa, qui sulla terra, la liturgia eucaristica. La celebrazione eucaristica della nostra assemblea è così immagine e anticipazione dell’assemblea escatologica.
La lode cosmica dell’Apocalisse si realizza oggi nell’assemblea celebrante, per rendere onore, gloria e
testimonianza all’Agnello che ci ha redenti.
L’agnello è il Cristo morto e risorto nella pienezza della sua funzione messianica, col possesso completo dello Spirito. Egli coordina ed attua efficacemente tutto lo svolgimento della storia della salvezza.
Il trono indica la sovranità assoluta di Dio sull’essere e sulla storia, sovranità che ora è esercitata dal Cristo risorto. Gli “anziani” esprimono l’intero popolo eletto, sono quindi gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede, i giusti.
Tutta l’umanità e tutto il creato rispondono con la loro lode sinfonica: “A colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli”. 
Terza Lettura   dal Vangelo di Giovanni 21, 1-19  ” Veniamo anche noi con te.”
Contesto del brano
Questa pesca miracolosa è l’ultimo “segno” di Gesù. Egli non si rivela, rimane misterioso, ma la fede del vero discepolo sa riconoscerlo. Anche la pesca è un simbolo: i discepoli vanno a pesca di uomini, ma è lui stesso che dirige la pesca e riempie la rete.
Gesù, come aveva previsto il rinnegamento di Pietro, così riconosce il suo amore e può assicurare che
l’apostolo lo seguirà fino al sacrificio della propria vita.
Con questo toccante dialogo Gesù fa di Pietro un segno della propria perenne presenza presso di noi
come Buon Pastore. I poteri di Cristo passano quindi a Pietro che può iniziare la sua missione.
Gettare la rete dalla parte destra era un augurio, un auspicio di fortuna essendo, nel linguaggio semitico, la “destra” il simbolo della buona sorte e del benessere.
Il numero dei pesci forse simbolico, che però non è giunto fino a noi, forse vuole sottolineare una
testimonianza oculare. Se i pesci devono simboleggiare la totalità dei popoli che devono entrare nella Chiesa, e se la rete non si spezza, questo fatto deve simboleggiare l’unità della Chiesa.
Nel racconto di Giovanni, nel quale Gesù offre a Pietro l’opportunità per la triplice confessione d’amore, abbiamo il parallelo del triplice rinnegamento.
Fino ad ora Gesù era stato pastore; ora, nel tempo della Chiesa, questo ufficio è affidato a Pietro.
Nella scena del banchetto il pranzo è preparato da Gesù stesso e i gesti che egli compie (v.13) evocano i banchetti con il Gesù terreno e, forse, anche quello dell’Ultima Cena.
Ora la comunione con il Gesù terrestre si trasforma in dialogo e comunione con il Cristo risorto presente, vicino alla sua Chiesa anche nel succedersi quotidiano della storia.
Le pecore affidate a Pietro sono sempre e innanzitutto “mie”, cioè di Gesù; la missione di Pietro è, quindi, tutta orientata al Cristo buon pastore e deve essere pronta a raggiungere lo stesso vertice di donazione. La strana dichiarazione del v.18 preannuncia, infatti, il destino di Pietro che, come “ il buon pastore darà la vita per le sue pecore”, dovrà “glorificare Dio con la sua morte”.
La coerenza della testimonianza cristiana anche in situazioni difficili è uno dei temi di ieri, di oggi e di
sempre: una testimonianza ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma incrollabile.
Pietro è la figura del Pastore, della guida, del compagno di viaggio, ma anche la figura del discepolo la cui caratteristica fondamentale è l’amore fino alla donazione totale di sé.
                                            Suddivisione del brano
v.1: Con la doppia ripetizione del verbo ‘manifestarsi’, Giovanni attira subito la nostra attenzione su un evento grande che sta per compiersi. La potenza della risurrezione di Gesù non ha ancora finito di invadere la vita dei discepoli e quindi della Chiesa; occorre disporsi ad accogliere la luce, la presenza, la salvezza che Cristo ci dona. E come si manifesta ora, in questo brano, così continuerà sempre a manifestarsi nella vita dei credenti. Anche nella nostra.
vv. 2- 3: Pietro e altri sei discepoli escono dal chiuso del cenacolo e si spingono fuori, verso il mare per pescare, ma dopo tutta una notte di fatica, non prendono nulla. E’ il buio, la solitudine, l’incapacità delle forze umane.
vv. 4-8: Finalmente spunta l’alba, torna la luce e compare Gesù ritto sulla riva del mare. Ma i discepoli non lo riconoscono ancora; hanno bisogno di compiere un cammino interiore molto forte. L’iniziativa è del Signore che, con le sue parole, li aiuta a prendere coscienza del loro bisogno, della loro condizione: non hanno nulla da mangiare. Poi li invita a gettare di nuovo la rete; l’obbedienza alla sua Parola compie il miracolo e la pesca è sovrabbondante. Giovanni, il discepolo dell’amore, riconosce il Signore e grida la sua fede agli altri discepoli. Pietro aderisce immediatamente e si butta in mare per raggiungere al più presto il suo Signore e Maestro. Gli altri, invece, si avvicinano trascinando la barca e la rete.
vv. 9-14: La scena si sposta sulla terra ferma, dove Gesù stava aspettando i discepoli. Qui si realizza il banchetto: il pane di Gesù è unito ai pesci dei discepoli, la sua vita e il suo dono diventano tutt’uno col la vita e il dono loro. E’ la forza della Parola che diventa carne, diventa esistenza.
vv. 15-18: Adesso Gesù parla direttamente al cuore di Pietro; è un momento d’amore molto forte, dal quale non posso restare fuori, perché quelle precise parole del Signore sono scritte e ripetute anche per me, oggi. Una reciproca dichiarazione d’amore ribadita per tre volte, capace di superare tutte le infedeltà, le debolezze, i cedimenti. Da adesso comincia una vita nuova, per Pietro e anche per me, se lo voglio.
v. 19: Questo versetto, che chiude il brano, è un po’ particolare, perché presenta un commento dell’evangelista e subito di nuovo lascia risuonare la parola di Gesù per Pietro, parola fortissima e definitiva: “Seguimi!”, alla quale non c’è altra risposta che la vita stessa.
a) “Uscirono e salirono sulla barca” (v. 3). Sono disposto, anch’io, a compiere questo percorso di conversione? Mi lascio risvegliare dall’invito di Gesù? O preferisco continuare a rimanere nascosto, dietro le mie porte chiuse per paura, come erano i discepoli nel cenacolo? Voglio decidermi a venir fuori, a uscire dietro a Gesù, a lasciarmi da Lui inviare? C’è una barca pronta anche per me, c’è una vocazione d’amore che il Signore mi ha donato; quando mi deciderò a rispondere veramente?
b) “…Ma in quella notte non presero nulla” (ivi). Ho il coraggio di lasciarmi dire dal Signore che in me c’è il vuoto, che è notte, che non ho nulla fra le mani? Ho il coraggio di riconoscermi bisognoso di Lui, della sua presenza? Voglio rivelare a Lui il mio cuore, il più profondo di me stesso, quello che cerco continuamente di negare, di tenere nascosto? Lui sa tutto, mi conosce fino in fondo; vede che non ho nulla da mangiare; però sono io che devo rendermene conto, che devo finalmente arrivare da Lui a mani vuote, magari piangendo, col cuore gonfio di tristezza e angoscia. Se non faccio questo passo, non spunterà mai la vera luce, l’alba del mio giorno nuovo.
c) “Gettate la rete dalla parte destra” (v. 6). Il Signore mi parla anche chiaramente; c’è un momento in cui, grazie a una persona, a un incontro di preghiera, a una Parola ascoltata, io comprendo chiaramente cosa devo fare. Il comando è chiarissimo; bisogna solo ascoltare e obbedire. “Getta dalla parte destra”, mi dice il Signore. Ho il coraggio di fidarmi di Lui, finalmente, o voglio continuare a fare di testa mia, a prendere le mie misure? La mia rete, voglio gettarla a Lui?
d) “Simon Pietro … si gettò in mare” (v. 7). Non so se si possa trovare un versetto più bello di questo. Pietro gettò se stesso, come la vedova al tempio gettò tutto quanto aveva per vivere, come l’indemoniato guarito (Mc 5, 6), come Giairo, come l’emorroissa, come il lebbroso, che si gettarono ai piedi di Gesù, consegnando a Lui la loro vita. O come Gesù stesso, che si gettò a terra e pregava il Padre suo (Mc 14, 35). Adesso è il mio momento. Voglio, anch’io, gettarmi nel mare della misericordia, dell’amore del Padre, voglio consegnare a Lui tutta la mia vita, la mia persona, i miei dolori, le speranze, i desideri, i miei peccati, la mia voglia di ricominciare? Le sue braccia sono pronte ad accogliermi, anzi, sono sicuro: sarà Lui a gettarsi al mio collo, come sta scritto … “Il padre lo vide da lontano, gli corse incontro e si gettò al suo collo e lo baciò”.
e) “Portate dei pesci che avete preso ora” (v. 10). Il Signore mi chiede di unire al suo cibo il mio, alla sua vita la mia. E siccome si tratta di pesci, significa che l’evangelista sta parlando di persone, quelli che il Signore stesso vuole salvare, anche attraverso la mia pesca. Perché per questo Lui mi invia. E alla sua mensa, alla sua festa, Egli aspetta me, ma aspetta anche tutti quei fratelli e quelle sorelle che nel suo amore Egli consegna alla mia vita. Non posso andare da Gesù da solo. Questa Parola, allora, mi chiede se sono disposto ad avvicinarmi al Signore, a sedermi alla sua tavola, a fare Eucaristia con Lui e se sono disposto a spendere la mia vita, le mie forze, per portare con me da Lui 
tanti fratelli. Devo guardarmi con sincerità nel cuore e scoprire le mie resistenze, le mie chiusure a Lui e agli altri.
f) “Mi ami tu?” (v. 15). Come faccio a rispondere a questa domanda? Chi ha il coraggio di proclamare il suo amore per Dio? Mentre vengono a galla tutte le mie infedeltà, i miei rinnegamenti; perché quello che è successo a Pietro fa parte anche della mia storia. Però non voglio che questa paura mi blocchi e mi faccia indietreggiare; no! Io voglio andare da Gesù, voglio stare con Lui, voglio avvicinarmi e dirgli che, sì, io lo amo, gli voglio bene. Prendo a prestito le parole stesse di Pietro e le faccio mie, me le scrivo sul cuore, le ripeto, le rumino, le faccio respirare e vivere nella mia vita e poi prendo coraggio e le dico davanti al volto di Gesù: “Signore, tu sai tutto; tu sai che io ti amo”. Così come sono, io Lo amo. Grazie, Signore, che mi chiedi l’amore, che mi aspetti, mi desideri; grazie, perché tu gioisci del mio povero amore.
g) “Pasci le mie pecore… Seguimi” (vv. 15. 19). Ecco, il brano termina così e rimane aperto, continua a parlarmi. Questa è la parola che il Signore mi consegna, perché io la realizzi nella mia vita, da oggi in poi. Voglio accogliere la missione che il Signore mi affida; voglio rispondere alla sua chiamata e voglio seguirlo, dove Egli mi condurrà. Ogni giorno, nelle piccole cose.
Preghiera finale
Grazie, o Padre, per avermi accompagnato al di là della notte, verso l’alba nuova dove mi è venuto incontro il tuo Figlio Gesù. Grazie per avere aperto il mio cuore all’accoglienza della Parola e avere operato il prodigio di una pesca sovrabbondante nella mia vita. Grazie per il battesimo nelle acque della misericordia e dell’amore, per il banchetto sulla riva del mare. Grazie per i fratelli e le sorelle che sempre siedono con me attorno alla mensa del Signore Gesù, offerto per noi. E grazie perché non ti stanchi di avvicinarti alla nostra vita e di mettere a nudo il nostro cuore, Tu che solo lo puoi veramente guarire. Grazie, infine, per la chiamata che anche oggi il Signore mi ha rivolto, dicendomi: “Tu, seguimi!”. O, infinito Amore, io voglio venire con Te, voglio portarti ai miei fratelli!